Naufragar m’è dolce in questo mar

L’uomo è un naufrago dalla nascita. Pesce nel grembo materno, è l’unico mammifero che riesce a sopravvivere sulla terraferma, una volta spiaggiato alla nascita.

Un iniziale naufragio che prelude e che determina la vita.

Il marinaio sente il primordiale anelito a ritornare nell’infinito mare, come un ritorno al grembo materno. In francese la madre si chiama la  mère, il mare la mer.

Il naufragio sigla l’inizio della vita, ma ne può determinare la fine. Il naufragio può essere l’atto finale, il può temuto dal marinaio. Affrontare il mare comporta anche il rischio, sempre incombente, del naufragio.

È il paradosso di chi va per mare:  si abbandona la sicura terraferma per un richiamo irresistibile verso un elemento, quello marino, da cui si proviene ma che ne può rappresentare anche la fine.

Prospettiva apocalittica connessa all’inconscio collettivo del navigante che ama...galleggiare allegramente tra la vita e la morte.

Navigando su una barca, soprattutto se a vela, ci si condanna ad un mezzo di trasporto il più scomodo ed instabile con la preoccupazione costante di aver sempre acqua sotto i piedi, né più né meno della preoccupazione del terricolo di aver terra sotto i piedi.

“Sempre il mare, uomo libero, amerai, perché il mare è il tuo specchio; tu contempli nell’infinito svolgersi dell’onda l’anima tua, e un abisso è il tuo spirito non meno amaro.

 Godi nel tuffarti in seno alla tua immagine” (Charles Baudelaire).

La barca sui trampoli

Pardon, sull’invasatura. È il destino delle nostre barche che, per preservarle, d’inverno le mettiamo a riposare in un bel cantiere recintato. Le sentiamo più sicure e controllate. In primavera vi faremo o faremo fare “i lavori”.

 Anni addietro ero orgogliosamente dedito al “fai-da-te”, cioè da me. Ora pigramente incarico il “cantiere” a far tutto, in modo che la barca possa essere pronta per la prima uscita che classicamente avviene per Pasqua. 

Forse...I lavori, programmati e concordati da cinque mesi, non sono ancora iniziati e la Pasqua s’avvicina. Ed i cantieri esercitano il “diritto di ritenzione” per cui finchè i lavori non son finiti e, se non sono finiti, non son pagati, tu sei ostaggio di chi detiene in secca la tua barca.

Questa è la sofferenza di ogni armatore ad ogni inizio stagione. Quest’anno è particolarmente acuta per la tracotanza del capo cantiere di turno. Cosa pretendi, lui lavora e tu pensi a divertirti ed a trastullarti con la tua barchetta. Un po’ di rispetto per i poveri lavoratori. Eh diamine.

Eppure noi “poveri” armatori siamo quelli che fanno sí che l’Italia sia il maggior produttore mondiale di barche da diporto (in realtà soprattutto dei mega wacth a motore).

La nautica in Italia, quella popolare e non, è un settore tra i più bistrattati da burocrazia e fisco, tanto che migliaia di noi è costretto ad emigrare all’estero, anche solo in confinanti Paesi Comunitari più comprensivi, abbandonando, per sopravvivenza, l’amata bandiera patria.

La normativa italiana inerente la “sicurezza in mare” talora rasenta il ridicolo, se non rischiasse d’essere tragica. Tra le dotazioni sanitarie è prescritta la necessità di avere a bordo un kilogramma di cotone idrofilo il cui volume occupa un intero gavone dell’imbarcazione .Tale materiale da tempo è sconsigliato dai sanitari per il tamponamento di ogni ferita, perchè ...pericoloso. Pericolosa pure è un’altra prescrizione riguardante la cassetta di Pronto Soccorso da tenere in barca: quella dell’ambu, una misteriosa ( per chi non è del mestiere) cuffia che si applica sulla bocca di un infortunato per facilitarne la respirazione. In mano a chi non sa  usarla, può soffocare un paziente, soprattutto se sprovvista della necessaria cannuccia (non prevista tra le dotazioni di “sicurezza”).

Fosse almeno obbligatorio un corso di formazione ad hoc per il marinaio d’alto bordo.

No. Viceversa corsi da tenersi solo a Roma, per il conseguimento di altrettanti “Patentini” sono previsti obbligatoriamente per l’uso di strumentazioni elettroniche automatiche per le quali basta premere un tasto rosso (il DSC).

Non disperiamo. E’ arrivata finalmente la tanto attesa pioggia a catinelle. Arriverà anche il sole.

 

 

Quaranta anni a Sistiana

Le barche a vela diventano d’epoca a 40 anni, anch’io, nel 2019, diventerò  dopo quarant’anni “socio d’epoca”  della gloriosa mia Società Velica, la Pietas Julia di Sistiana.

Mi permetto allora una vergognosa auto celebrazione.

È merito di Sistiana se la mia “carriera” velica è iniziata e progredita di pari passo con la mia carriera professionale.

È grazie alla vela, con relativo posto barca nella baia di Sistiana, se ho deciso di fare lo psichiatra lontano da casa, a Gorizia, dove ho potuto beneficiare di una fortunata carriera.

Solo così, carico di fortuna ed esperienza, son potuto tornare a casa, nella prestigiosa sede di Padova, come Direttore a soli 45 anni.

Ringrazio infine la vela per avermi indotto ad un pensionamento anticipato: due giorni dopo partivo per la traversata dell’Atlantico che ha segnato l’inizio di una nuova vita intensa e felice, piena di vela, che continua tuttora.

Specularmente devo anche ringraziare la mia professione per avermi potuto permettere di vivere sempre meglio la mia passione velica: infatti ogni progressione di carriera, nonché la pensione anticipata, mi permetteva di volta in volta l’acquisto di una nuova barca, sempre più grande.

Due vite parallele, tra la passione per la vela ed una professione, quella di psichiatra.

Da una parte una passione folle per la vela, dall’altra una non meno folle professione per la follia.

Una fortuita e fortunata combinazione.

 

P.S.

Sto scrivendo da Tenerife, dove da un mese...veleggio.

PROSSIMA REGATA

Trofeo Moccia, Optimist - 6-7 Luglio 2019

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