E’ tornata

E’ tornata

É voluta tornare, nonostante se ne fosse andata l’ultima volta accompagnata dagli scongiuri dell’intero equipaggio (maschile). Tutti i maschietti avrebbero giurato che quella donna portava sfiga: nei suoi 15 gg. di permanenza a bordo troppi erano i guai accumulati tutti insieme.
Ho accettato che tornasse perché accompagnata da un bel fustone che si dichiarava molto navigato. Avrebbe annullato la sfiga adesa a quella donna.
La vediamo arrivare con due ombrelli, una tunica verde, un asciugacapelli,un aspirabricciole a 220volt, un ferro da stiro, un set completo per manicure e pedicure, un casco di banane per il suo fabbisogno giornaliero di potassio. Tutti elementi che i marinai da tempo associano alle maggiori disgrazie a bordo.
Purtroppo devo anch’io, inizialmente incredulo, confermare le millenarie superstizioni legate a tali indizi. Ah, dimenticavo, dovemmo anche partire di venerdì.
Avendola dovuta aspettare qualche giorno, l’opera viva della barca si ricopriva di denti di cane e mucillagini. Era già di cattivo aupicio. Ho consumato due bombole per ripulire lo scafo in immersione.
Il dissalatore, appena revisionato dalla ditta costruttice va in avaria il primo giorno. Nella prima settimana l’avvolgifiocco si rompe due volte. Il miscelatore della doccia di poppa improvvisamente viene sputato fuori dal suo alloggiamento. Il teck della coperta appena rifatto va a liquefarsi. Salta una presa a 12 volt.
In compenso la donna si riscattava in cucina. La sua specialità: pollo arrosto con peperonata senza peperoni.
Il disastro più grosso si preannunciava all’orizzonte. L’avevo incaricata, improvvidamente, a riempire il serbatoio d’acqua di prua. Lo riempiva tanto da farlo scoppiare e riversare tutto il contenuto nei gavoni, anche in quello contenente il motore elettrico dell’elica di prua che risultava subito fulminato. Una notte insonne al pensiero di quante migliaia di Euro mi sarebbe costato quel danno che sembrava irreparabile. Nella mia disperazione permisi che “quella donna” sottoponesse la delicata strumentazione ad un singolare trattamento. Per una notte intera lasciò acceso il suo prezioso phon (supersonico e digitale) nel vano dell’elica di prua (Bow-thruster).
La mattina dopo avremmo dovunto divincolarci da un ormeggio  che risultava imprigionato tra smisurati “ferri da stiro” in una marina con pontili tra loro paurosamente ravvicinati. Impartisco all’equipaggio le istruzioni per tentare il disormeggio che sembrava disperato senza l’ausilio dell’elica di prua.
Accendo il motore. Appena partito, in automatico, attivo anche l’elica di prua che, incredibilmente, sento subito funzionare.
D’ora in poi, contravvenendo ai miei principi, raccomanderò alle signore che saliranno a bordo di equipaggiarsi dei loro più potenti asciugacapelli.

Il Pensionauta Folle

Questo è il titolo che l’editore ha voluto dare alla pubblicazione, che uscirà a primavera.
Non è un diario di bordo, anche se contiene date e luoghi precisi  di riferimento.
E’ un percorso che si snoda da 20 anni tra gli spazi sconfinati e i tempi imprevedibili di chi conosce e vive il mondo della vela.
La vela è nel libro il filo conduttore di ogni percorso e discorso, è lo stimolo, talora il pretesto, per raccontare reali episodi e situazioni che solo la vita in barca a vela sa regalare.
Sono  le annotazioni di viaggio (news) mandate nel tempo  ai soci di un Circolo Velico cittadino, che, bontà loro, hanno continuato ad attenderle, leggerle ed apprezzarle in questo ventennio. Alla fine mi hanno convinto a riunirle in un unico volume da proporre alla grande stampa.
Se sono stato indotto a credere che le mie news da vagabondo mediterraneo potessero incontrare il gradimento di un più vasto pubblico, e non solo quello  di “quattro” amici fidati, è forse per un peccato di presunzione narcisistica, di cui chiedo anticipatamente venia ai nuovi lettori, che immagino essere  appassionati di mare e di vela quanto me e dunque spero di saper incuriosire e divertire

RITORNARE

Dopo la mistica del partire, del mollare tutto e partire, mi trovo ad esaltare quella del ritornare.
È bello partire per il mare, ma è anche bello tornare sulla terraferma. Mai come quest’anno in cui ho rischiato grosso. La perdita improvvisa dell’organo di governo per eccellenza della barca, il timone, può portare alla sua perdita totale. Superare questa prova estrema e riuscire a riportare l’imbarcazione al suo porto di armamento, dopo tremila miglia e dopo cinque mesi, credo sia una bell’impresa.
In realtà niente di impossibile. È bastato affrontare giorno per giorno i problemi che si presentavano (molti, i più diversi ed imprevidibili).
Chi è rimasto a terra, sulla terraferma, avrà pure lui avuta una vita movimentata dai problemi quotidiani, terrestri. Comunque sono un privilegiato a poter staccare e mollare gli ormeggi, ogni anno per 5/6 mesi. Ogni anno parto con la filosofia da ultimo viaggio, come se fosse un azzardo, per le tante miglia da percorrere, per l’età e gli acciacchi da portare allo sbaraglio.
Credo sia anche la condanna del marinaio, diviso tra la smania di uscire in mare aperto per affrontale la tempesta e la spinta a rientrare, prima possibile, in un porto sicuro.
Dovrò in ogni caso aspettare ancora qualche anno per poter partire come recordman, come il più anziano a tentare il giro del mondo in solitario.
Sarà allora sí l’ultimo viaggio, magari senza ritorno.

L’INQUINAMENTO MI HA VERAMENTE ROTTO…IL TIMONE

Le Sporadi si sono vendicate. Ho scritto, imprudentemente, che per me sono state una mezza delusione. Forse per questo una di loro, Spopelos, me l’ha fatta pagare. Ed a Skopelos ho preso il più grosso “skopelotto” della mia storia marinara, tanto che mi fatto gridare “Mamma mia”. Ero proprio in prossimità della  chiesetta sullo scoglio in cui è stata fatta una ripresa del film omonimo che ha determinata la fortuna turistica delle Sporadi.
Un ammasso di ferraglia e di legnami sul mare mi ha sbarrato improvvisamente il passaggio e la pala del timone è andata in frantumi (tutta la vetroresina sbricciolata). Sono rientrato nel porto più vicino timonando con i resti di poliuretano rimasto adeso allo scheletro metallico del timone.
Per arrivare ad Atene, dove mi avrebbero ricostruito il timone definitivo (il quarto), ho provveduto prima in proprio, poi con l’aiuto di qualche carpentiere locale, a costruire, in successione, ben tre timoni di fortuna.
Il primo, autocostruito in tre giorni di lavoro subacqueo a Skiathos, era costituito di due lastre di plexigas imbullonate e fissate con lunghi cavi d’acciao. Non ha resistito alla prima robusta virata. Il secondo, costruito nottetempo  da un volenteroso carpentiere di Loutraki con una robusta lamiera d’acciaio, è stato prima saldato poi montato ed imbullonato in immersione sullo scheletro del timone. Ci ha permesso d’arrivare a Volos, il porto più vicino (a 40miglia) in cui si potesse alare la barca.
Qui il lavoro sulla pala del timone in acciao è stato completato e migliorato, con la barca in secca, da un altro carpentiere, secondo le indicazioni precise sulla sua sagoma e sue misure originarie, che nel frattempo m’ero fatto inviare  dal cantiere costruttore.
Ero talmente soddisfatto del lavoro, dopo il suo collaudo in mare, che comunicavo alla Società Assicuratrice di poter con questo timone arrivare fino a Trieste. Comunque ci ha fatto arrivare in sicurezza ad Atene passando all’interno dell’Isola di Eubea (230 miglia).
Ad Atene il perito dell’assicurazione e l’assicurazione stessa non hanno sentito ragioni, mi hanno impedito di proseguire e mi hanno costretto a provvedere immediatamente ed in loco alla ricostruzione definitiva del timone in vetroresina. Cosa che devo dire essere avvenuta con la massima tempestività (tre giorni).
Il mare ormai è veramente sporco tale rendere pericolosa la navigazione notturna, ma anche quella diurna soprattutto se costiera.
Comunque ora la mia imbarcazione ha un organo di governo dell’ultima generazione ed ha ripreso a percorrere a ritroso le mille e più miglia per tornare a casa.
Anzi la farò più lunga.
Rinunciando alla scorciatoia del Canale di Corinto, circumnavigherò il Peloponneso da sudest per sudovest. Sono ora in prossimità del primo dei tre ditoni del Peloponneso, il Capo Maleas che mandò alla deriva Ulisse per vent’anni.
Spero di non dover ripercorrere tutte le sue disgrazie…io ho gia avute le mie.
P.S.  E Capo Maleas ha colpito ancora. Passati indenni il Capo dei Capi ci fermiamo nella baia…caraibica di Elafonisos. Una sbirciatina sott’acqua per rimirare il nostro nuovo timone e mi accorgo che la pala si sta aprendo in due. L’Odissea del timone non è ancora finita.
Ritornano in forza le maestranze da Atene per rimediare al guaio (di costruzione).
Si riparte verso il secondo dito del Peloponneso, arriviamo finalmente a Porto Gaio. Allora: “Tristezza, per favore va via”

Una serata in barca, ci si racconta

“Caro toso, te gavessi anca la vocassion, ma prima di diventar prete devi risolvere un problema”. “Quale Padre?”. “Quello della femena”.
Ed è cosí che sono stato bocciato. L’unico esame cui sia stato respinto è stato quello per farmi Prete Gesuita. M’ero preparato per otto lunghi anni di seminario. Nel momento cruciale in cui avrei preso i votireligiosi non mi han voluto, perchè, appunto, bocciato all’ esame di vocazione .La motivazione espressa  dall’anziano Padre Gesuita che ha esaminato la bontà della mia vocazione è stata, espressamente, di non aver risolto il problema del mio rapporto con l’altro sesso. Rimandato nel mondo civile per affrontare questo problema insoluto (insolubile?), non mi sono più presentato dal saggio Gesuita per il riesame della mia vocazione…tuttora teoricamente pendente.
Quel saggio Gesuita però fu lui a presentarsi da me, molti anni dopo, nella mia veste di psichiatra. Mi confessava d’avere una seria malattia di mia competenza. Soffriva del cosiddetto “Delirio erotomanico” che , con le scene libidinose che immaginava, lo faceva sentire un fallito (parole sue) sia come uomo che come prete.  Quanto avrei voluto dirgli , tra il serio ed il faceto, “adesso sei tuo ad avere quel problema”, ma soffriva troppo. Quale nemesi storica rispetto al problema relativo al rapporto con le donne che lui avrebbe visto in me, anni addietro!
Dopo essere stato, professionalmente, una specie di confessore laico, ora, in barca con gli amici velisti, mi trovo ad essere chi  “confessa” i propri problemi più intimi.
Potenza della vela e del suo mondo che permette ai suoi cultori una tale sconfinata confidenza. Per il mio lavoro sono stato addestrato ad ascoltare, ora in barca mi capita spesso, con i miei ospiti, di dover fare invece io l’intrattenitore sulle mie avventure veliche e non.
Con  malcelato compiacimento sulle mie esperienze di vita vissuta, non nascondo però i miei fallimenti.
Quello d’essere un prete mancato l’ho appena ricordato.
Mi considero fallito anche come velista, forse un velista vigliacco . Non sono riuscito  a coronare il sogno di ogni velista, quello del giro del mondo a vela: dopo aver attraversato l’atlantico, invece di proseguire sono tornato a casa “vigliaccamente” in aereo.
Ora mi trovo alle Sporadi da un mese, le agognate e sconosciute (fino a ieri per me) Sporadi Settentrionali.
Non sono le Cicladi, non sono le isole del Dodecanneso, non sono le Isole Ioniche.
Hanno una loro fisionomia, molto interessanti da un punto di vista naturalistico, ovunque verdeggianti, ma sono troppo contaminate dalla vicinanza con la Grecia continentale, l’Attica e la Tessaglia. Forse tempo fa erano ancora per fortuna trascurate dal grande turismo di massa. Ora purtroppo non più.
Le ricorderò soprattutto per le mille miglia che ho percorso per raggiungerle.
Ma la nostalgia per le Isole Cicladi rimane.

MILLE MIGLIA

Da Sistiana (Trieste) a Skiathos, sono mille miglia, appena concluse. Discesa dell’Adriatico, dello Ionio Greco, Canale di Corinto, risalita dell’Egeo occidentale.
Sono arrivato a destinazione, alla meta che m’ero ripromesso per quest’anno, le Sporadi. Le Sporadi Settentrionali sono le isole Greche tra le più settentrionali.
Non posso dire d’esserci arrivato… d’un soffio (di vento).
Ho incontrato le difficoltà insite ad ogni lunga navigazione, tali da farmi pensare talora alla rinuncia. Ho superato ansie legate ai dubbi sulla mia tenuta psicofisica, al cangiante equipaggio, alle condizioni meteorologiche, alle avarie del mezzo nautico.
Le sofisticate attrezzature attuali con tutti i sensori e servomeccanismi ti dovrebbero fornire una completa tranquillità sul controllo del mare, del vento e della rotta.
In effetti ho provato per brevi tratti (per esempio per entrare di notte in un porto) una navigazione “cieca”. Controllavo solo sottocoperta la rotta, rinunciando volutamente al controllo visivo, fidandomi unicamente degli strumenti (sostanzialmente radar, Ais, ecoscandaglio e chartplotter).
Eppure, nonostante queste “sicurezze”, nelle lunghe navigazioni il navigatore vive in uno stato d’allerta continuo che va al di là del controllo strumentale, per le insidie legate all’imponderabile ed imprevedibile.
La navigazione diventa cosí un’attività a trecentosessanta gradi, personale e sinestesica ed il navigatore dev’essere un perfetto sensitivo anche se ha tutte le informazioni necessarie a disposizione per gestire le innumerevoli possibilità d’azione atte a trovare la giusta rotta.
Proprio nei momenti più critici ho sperimentato l’esistenza di questa attivita sensoriale (exrasensoriale?) che ti fa prendere  le decisioni più consone alla situazione, al di là dei dati strumentali.
Che fosse la migliore decisione ne avrai la riprova solo dopo, quando sei arrivato…
Ma quanta ansia e turbamento nel momento della scelta.
Credo si tratti di un’attivita creativa, una sintesi tra l’intellettuale ed il sensoriale. Ho letto che per descrivere  questa esperienza di navigazione (soprattutto in quella d’altura) vengono utilizzati i concetti di estetica o sinestetica.
Credo dessere arrivato a capire ed a provare qualcosa del genere, forse più di altre volte.
Grazie alle mie ultime mille miglia.

Boributai

“Boributai” è il nome, mai più appropriato, di una barca vicino alla mia. E’ un’espressione triestina che sta per “soldi gettati… al vento” (trattandosi di barca a vela).
Non so quanto mi costa la barca. Non ho mai tenuto i conti, volutamente, ne sarei spaventato.
Quest’anno ho provveduto ad una revisione ed a un potenziamento dell’impianto elettrico (nuove batterie all’Agm, nuovo caricabatterie, nuovo alternatore, nuovi display digitali di controllo di carica e scarica, elettrificazione di un winch, nuovo frigorifero, nuovo generatore eolico in aggiunta a quello esistente ed ai due pannelli solari). Manutenzione straordinaria del motore entrobordo. Non entro nei particolari per non tediarvi.
Dal salone nautico di Parigi ho portato una nuova amaca, avvolgente, a garanzia di cadute ed un…”lampadario” (una boa da appendere al grippiale dell’ancora).
L’acquisto più singolare è stato però una vernice…miracolosa, proveniente dagli States, che ho fatto spalmare sopra l’antigetativa. A vela ho guadagnato subito un nodo di velocità…per una settimana.
Per un disguido dello spedizioniere, ci son voluti cinque mesi perchè il prodotto mi arrivasse a casa dal New Jersey. Per sbloccare la spedizione dovevo telefonare in America e parlare direttamente con il produttore. Non mi è stata utile un’amica texana che ha tentato di farmi da interprete. Quando, sconsolata, mi ha passato il telefono, dall’altra parte dell’oceano mi sento apostrofare “Oh paisan, oh paisan…tra tre giorni ti arriverà la merce” …in chiaro accento meridionale.
E poi ti dicono che è indispensabile l’inglese.
Boributai, sono anche quelli dei Greci di Corfù. Abbiamo assistito ad una loro festa, quella delle Sette Isole dello Ionio (l’Eptaneso). Sfilata di sette bande, seguite ognuna dal proprio corteo di costumi tradizionali, la banda dell’Esercito e quella della Marina e passaggi assordanti a bassa quota di un caccia militare, per altrettante sette volte (temevamo l’evangelico settanta volte sette).
Quando però si viaggia gratis a vela (vento e mare permettendo) ogni spesa viene dimenticata e sublimata.
È una rivincita, un riscatto (talora simbolico) sul vil denaro e su ogni sofferenza terrena.

La stanza dei bottoni

Non penso alla cabina di pilotaggio di un aereo o di una nave, nè ad un centro di comando robotico di una megaindustria.
Penso ai miei due bottoni che ho fatto installare quest’anno per elettrificare un solo winch della barca, quello che, scelto in posizione più strategica, è tale da servire praticamente tutte le drizze e le scotte.
Quando sarai ridotto a servirti di quei bottoni, come velista sarai finito. Cosí sentenziavano amici velisti d’alto bordo.
Questi bottoni li ho collaudati nella discesa dell’Adriatico di quest’anno, fino a Corfù, appena conclusa.
Orbene, come mio solito, mi son fatto accompagnare da giovani palestrati, preparati ad ogni bisogna muscolare. Inizialmente inorridivano nel vedermi armeggiare con questi bottoni nelle manovre correnti delle barca. Si sono poi talmente assuefatti a questa … comodità che cercavano i bottoni anche dove non c’erano.
Eravamo partiti da Sistiana (Trieste), diretti a Corfù, lungo la costa orientale dell’Adriatico, (Croazia, Montenegro, Albania), per un totale di 600 miglia tonde.
Temevo il passaggio del Montenegro, memore di precedenti lungaggini burocratiche ed esosità delle autorità portuali. Quest’anno, una meraviglia, 35€ per una settimana ed una ventina di minuti per il disbrigo delle carte.
Non altrettanto in Albania. Qui perlomeno hai l’Agente Marittimo che ti sale in barca, si impossessa delle tue carte e ti risparmia il giro degli uffici e l’incontro ravvicinato con le Autorità. Ma lo trovi pronto e solerte ad ogni porto dove ti riscrive l’elenco dei passeggeri, dietro un compenso che lui chiama “minimo sindacale” di 40€.
In compenso in Albania i costi al ristorante sono irrisori.
Non so se al mio ritorno a Settembre preferirò questo percorso o quello fatto più frequentemente in passato (salto in Puglia nell’ultimo tratto).
Comunque è sempre una galoppata dispendiosa, di soldi, tempo ed energia. Ma solo in queste occasioni, in cui si macina una ragguardevole quantità di miglia giornaliere, si ha possibilità di apprezzare come anche la barca a vela possa coprire grandi distanze, talora in impegnative condizioni di tempo e di mare.
Arrivati a Corfù siamo a metà strada rispetto alla nostra meta di quest’anno, le Isole Sporadi Settentrionali.
In Grecia ritrovo vecchi amici, sempre cordiali ed ospitali che ti fanno sentire a casa. Non credo ci sia altra zona del Mediterraneo in cui si provi questa sensazione.

La vela è una terapia?

Il mare è un farmaco che cura 16 malattie, le hanno contate (dalle allergie respiratorie al rachitismo). E la vela che si fa sul mare, magari in alto mare ? “La vela è la mia terapia”. È quasi una battuta, un detto sempre più frequente tra i velisti ed aspiranti tali.
La vela è una passione folle. Altra “verità” di cui si disserta tra gli addetti e non. Qui la vela non cura la malattia, ma la determina.
Quale sarà la verità?
Si favoleggia su chi, partito in barca a vela dal nostro malato mondo occidentale, da malato di cancro, si sia trovato guarito una volta arrivato in Polinesia.
Quindi si spazia dalla più grave malattia fisica alla più grave malattia psichica. Qui potrei essere tentato ad una divagazione professionale sull’interconnessione  tra mente e corpo, ma ve la risparmio.
Dico solo che anche la vela, come tutte le passioni, può essere sia una terapia che una malattia.
A suo tempo, mi è sfuggita l’espressione secondo cui la vela mi avrebbe salvato dalla schizofrenia, all’epoca in cui la frequentavo quotidianamente, la schizofrenia e gli schizofrenici.
Poi anch’io mi ammalai di cancro, una prima ed una seconda volta.
Del primo (di quasi trent’anni fa) dovrei essere “guarito”, con il secondo ci convivo da oltre dieci anni. Il mio convivente attuale si chiama, in gergo tecnico, Linfoma Indolente. La sua indolenza è legata alla sua straordinaria benignità, alla sua scarsa aggressività. Un’indolenza infida di un tumore che, paradossalmente, è tanto “benigno” quanto meno curabile e forse più inesorabile.
Infatti i medici a proposito di quello primo, “maligno”, di trent’anni fa mi dicevano: ” il tuo tumore è tra i più “aggressivi”, ma proprio per questo è anche tra i più curabili perché risponde meglio ai nostri farmaci più aggressivi”.
Ora ci convivo bene con questo convivente. È indolente, ma non insolente. Mi permette una qualità di vita vissuta, come mai l’ho vissuta prima.
Vivo di vela 365 giorni l’anno. Vela navigata per un semestre, vela pensata per l’altro semestre. Per la mia malattia non faccio alcuna terapia (farmacologica). L’unica terapia cui mi sottopongo  è quella della vela (praticata e non). Non la vela  agonistica delle regate allo spasimo, in cui un velista è contro un altro. Ma la vela di chi vive in barca zigzagando per i mari non (solo) per arrivare ma (soprattutto) per viaggiare, nel modo più economico ed ecologico.
Vivere di vento, sole e mare in una casa galleggiante tra le più instabili e scomode, la barca a vela. Una sfida ed una scommessa che ti giochi con te stesso e la tua barca, da solitario od in equipaggio.
Una scommessa a sopravvivere in balia degli elementi della natura, non sempre favorevoli ed in balia dei sentimenti, spesso contrastanti, tuoi e dei tuoi compagni di viaggio.
Una malattia indolente che ti fa vivere con la minor indolenza possibile. Ti fa affrontare con coraggio ed allegria i marosi della vita.
Sono un ultrasettantenne che grazie alla malattia vive una vita piena (anche di rischi), un lusso che non potevo permettermi da ventenne.
Una vita per la vela che diventa la vela per la vita.

I MONASTERI PROIBITI E NON

Quest’anno andrò alle Isole Sporadi e alla Penisola Calcidica (Grecia nordorientale), unica zona della Grecia che non conosco.
Il viaggio è in barca a vela con alcune escursioni terrestri , cultural-religiose.
La vela è il modo più antico per compiere lunghi viaggi, l’unico che ha permesso anche nell’antichità di varcare gli oceani. La vela è il modo più antico, ma anche il più economico ed il più ecologico per viaggiare. Permette di avere gratis il movimento e l’energia elettrica necessaria per vivere in barca. La barca a vela naviga gratis con il vento. Il sole (con i pannelli solari) ed il vento (con il il generatore eolico) danno energia al dissalatore che fornisce acqua gratis dal mare.
In barca a vela, come la mia, si può attuare il triangolo dell’energia pulita rinnovabile a costo zero.
Pannelli solari (sole),generatore eolico (vento), dissalatore (mare).
Triangolo virtuoso che unisce in un circuito autoalimentantesi il Sole il Vento ed il Mare.
Parto da Trieste scendo tutto il mare Adriatico lungo la costa orientale (Croazia, Montenegro, Albania). Tralascio la descrizione del percorso lungo la costa Istriana e delle Isole Croate, perchè conosciute. Merita invece ricordare il Montenegro con le Bocche di Cattaro e la località di Sveti Stefan nonchè di Bar ed Antibar. L’Albania poi è una terra ancora tutta da scoprire.
Scendo ancora lungo le Isole della Grecia Ionica ed arrivo a Patrasso. Proseguo lungo il golfo di Patrasso e di   Corinto. Sosta d’obbligo a Lepanto (La battaglia di Lepanto, scontro   nel 1571 tra le flotte musulmane dell’impero Ottomano e quelle cristiane della Lega Santa).
Successiva escursione a Delfi (importante sito archeologico con Santuario, sede del più importante e venerato oracolo del dio Apollo, l’Oracolo di Delfi appunto, il più prestigioso della religione greca). Arrivo ad Atene attraverso lo spettacolare canale di Corinto. Ad Atene imperdibile la visita dell’Acropoli. Si risale all’interno dell’Isola Eubea, fino a Volos. Da qui con un’auto si arriva facilmente alle Meteore, Monasteri sospesi nelle rocce, Patrimonio dell’Unesco, il centro più importante della Chiesa Ortodossa Greca. Riparto con la barca per le Isole Sporadi, isole da sogno, Skiathos, Skopelos e Alonissos.
Sono isole greche , forse trascurate dal turismo di massa, situate nel mar Egeo, a nord-est della Grecia, dove, secondo alcuni, ci sono le più belle spiaggie della Grecia. In queste isole mi barcamenerò per quindici giorni e più.
Risalendo verso nord mi trovo nella Penisola Calcidica con il suo tridente, nella parte nordorientale della Grecia.Nessun’altra località in tutta la Grecia è allo stesso tempo cosí importante per la religione e per il turismo. Qui c’è il Monte Olimpo ed il Monte Athos con il suo monastero, vietato alle donne. Sulla via del ritorno, scendo  dall’Egeo e raggiungo lo Ionio circumnavigando il Peloponneso da Sudest a Sudovest, con le soste archeologiche di Micene, Sparta, Olimpia.
Micene, da cui la Civiltà Micenea, età del bronzo ricordata da Omero con gli Achei.
Sparta, una delle più grandi ed influenti polis della Grecia antica al centro della Laconia nel Peloponneso. Olimpia è l’antica città della Grecia, sempre nel Peloponneso, sede dei primi giochi “olimpici”. Lungo la costa occidentale del Peloponneso troveremo la baia di Navarino. Avvenne la battaglia di Navarino del 20/10/1827, nel quadro della guerra d’indipendenza greca, in cui le flotte occidentali distrussero le forze ottomane, Risalgo lungo le Isole della Grecia Ionica, dette anche Eptaneso (le più note Zante, Itaca, Cefalonia,Paxos e Corfù).
La risalita dell’Adriatico verso Trieste la faremo in una prima tratta lungo la costa Italiana (Otranto, Brindisi, Bari, Trani, Vieste). Quindi da Vieste si attraversa l’adriatico per arrivare in Croazia, all’isola di Vis. Da lí Curzola e Spalato. Quindi Isole Incoronate, Lussinpiccolo, Pola, Rovigno, Pirano, Trieste.
Partenza ai primi di maggio del 2017 da Trieste e ritorno della barca al suo porto di armamento (Sistiana) alla fine di Agosto.Il viaggio con tutte le sue soste dura quattro mesi, perchè è un viaggio culturale di tutto riposo. Sapendo  che non tutti sono ricchi (di tempo) come il sottoscritto, accoglierò nel percorso amici che mi vorranno far compagnia su brevi tratte per un imbarco anche di soli quindici giorni, in date e luoghi da concordare.