Author Archive Maurizio Colautti

Naufragar m’è dolce in questo mar

L’uomo è un naufrago dalla nascita. Pesce nel grembo materno, è l’unico mammifero che riesce a sopravvivere sulla terraferma, una volta spiaggiato alla nascita.
Un iniziale naufragio che prelude e che determina la vita.
Il marinaio sente il primordiale anelito a ritornare nell’infinito mare, come un ritorno al grembo materno. In francese la madre si chiama la  mère, il mare la mer.
Il naufragio sigla l’inizio della vita, ma ne può determinare la fine. Il naufragio può essere l’atto finale, il può temuto dal marinaio. Affrontare il mare comporta anche il rischio, sempre incombente, del naufragio.
È il paradosso di chi va per mare:  si abbandona la sicura terraferma per un richiamo irresistibile verso un elemento, quello marino, da cui si proviene ma che ne può rappresentare anche la fine.
Prospettiva apocalittica connessa all’inconscio collettivo del navigante che ama…galleggiare allegramente tra la vita e la morte.
Navigando su una barca, soprattutto se a vela, ci si condanna ad un mezzo di trasporto il più scomodo ed instabile con la preoccupazione costante di aver sempre acqua sotto i piedi, né più né meno della preoccupazione del terricolo di aver terra sotto i piedi.
“Sempre il mare, uomo libero, amerai, perché il mare è il tuo specchio; tu contempli nell’infinito svolgersi dell’onda l’anima tua, e un abisso è il tuo spirito non meno amaro.
Godi nel tuffarti in seno alla tua immagine” (Charles Baudelaire).

La barca sui trampoli

Pardon, sull’invasatura. È il destino delle nostre barche che, per preservarle, d’inverno le mettiamo a riposare in un bel cantiere recintato. Le sentiamo più sicure e controllate. In primavera vi faremo o faremo fare “i lavori”.
Anni addietro ero orgogliosamente dedito al “fai-da-te”, cioè da me. Ora pigramente incarico il “cantiere” a far tutto, in modo che la barca possa essere pronta per la prima uscita che classicamente avviene per Pasqua. 
Forse… I lavori, programmati e concordati da cinque mesi, non sono ancora iniziati e la Pasqua s’avvicina. Ed i cantieri esercitano il “diritto di ritenzione” per cui finchè i lavori non son finiti e, se non sono finiti, non son pagati, tu sei ostaggio di chi detiene in secca la tua barca.
Questa è la sofferenza di ogni armatore ad ogni inizio stagione. Quest’anno è particolarmente acuta per la tracotanza del capo cantiere di turno. Cosa pretendi, lui lavora e tu pensi a divertirti ed a trastullarti con la tua barchetta. Un po’ di rispetto per i poveri lavoratori. Eh diamine.
Eppure noi “poveri” armatori siamo quelli che fanno sí che l’Italia sia il maggior produttore mondiale di barche da diporto (in realtà soprattutto dei mega wacth a motore).
La nautica in Italia, quella popolare e non, è un settore tra i più bistrattati da burocrazia e fisco, tanto che migliaia di noi è costretto ad emigrare all’estero, anche solo in confinanti Paesi Comunitari più comprensivi, abbandonando, per sopravvivenza, l’amata bandiera patria.
La normativa italiana inerente la “sicurezza in mare” talora rasenta il ridicolo, se non rischiasse d’essere tragica. Tra le dotazioni sanitarie è prescritta la necessità di avere a bordo un kilogramma di cotone idrofilo il cui volume occupa un intero gavone dell’imbarcazione. Tale materiale da tempo è sconsigliato dai sanitari per il tamponamento di ogni ferita, perchè… pericoloso. Pericolosa pure è un’altra prescrizione riguardante la cassetta di Pronto Soccorso da tenere in barca: quella dell’ambu, una misteriosa ( per chi non è del mestiere) cuffia che si applica sulla bocca di un infortunato per facilitarne la respirazione. In mano a chi non sa  usarla, può soffocare un paziente, soprattutto se sprovvista della necessaria cannuccia (non prevista tra le dotazioni di “sicurezza”).
Fosse almeno obbligatorio un corso di formazione ad hoc per il marinaio d’alto bordo.
No. Viceversa corsi da tenersi solo a Roma, per il conseguimento di altrettanti “Patentini” sono previsti obbligatoriamente per l’uso di strumentazioni elettroniche automatiche per le quali basta premere un tasto rosso (il DSC).
Non disperiamo. E’ arrivata finalmente la tanto attesa pioggia a catinelle. Arriverà anche il sole.

Quaranta anni a Sistiana

Le barche a vela diventano d’epoca a 40 anni, anch’io, nel 2019, diventerò  dopo quarant’anni “socio d’epoca”  della gloriosa mia Società Velica, la Pietas Julia di Sistiana.
Mi permetto allora una vergognosa auto celebrazione.
È merito di Sistiana se la mia “carriera” velica è iniziata e progredita di pari passo con la mia carriera professionale.
È grazie alla vela, con relativo posto barca nella baia di Sistiana, se ho deciso di fare lo psichiatra lontano da casa, a Gorizia, dove ho potuto beneficiare di una fortunata carriera.
Solo così, carico di fortuna ed esperienza, son potuto tornare a casa, nella prestigiosa sede di Padova, come Direttore a soli 45 anni.
Ringrazio infine la vela per avermi indotto ad un pensionamento anticipato: due giorni dopo partivo per la traversata dell’Atlantico che ha segnato l’inizio di una nuova vita intensa e felice, piena di vela, che continua tuttora.
Specularmente devo anche ringraziare la mia professione per avermi potuto permettere di vivere sempre meglio la mia passione velica: infatti ogni progressione di carriera, nonché la pensione anticipata, mi permetteva di volta in volta l’acquisto di una nuova barca, sempre più grande.
Due vite parallele, tra la passione per la vela ed una professione, quella di psichiatra.
Da una parte una passione folle per la vela, dall’altra una non meno folle professione per la follia.
Una fortuita e fortunata combinazione.

P.S.
Sto scrivendo da Tenerife, dove da un mese…veleggio.

CAPITAN UNCINO

Un po’ Peter Pan ed un po’ Capitan Uncino. L’immaginario di ogni velista oscilla tra questi due miti. Peter Pan, l’eterno bambino, ed il suo acerrimo nemico, il più spregevole dei pirati, (o il più rude lupo di mare) il Capitan Uncino.
Nel suo vagabondaggio ogni velista, eternamente alla ricerca dell’ “Isola che non c’è” impersona, alternativamente, ambedue questi personaggi, per loro natura agli antipodi ma conniventi. Uno ha bisogno dell’altro.
Favoleggio da sempre d’essere discendente di un Corsaro Dalmata al soldo della Serenissima. Potrei esibire in proposito regolare documentazione (di dubbia attendibilità).
Sicuramente (lo testimonia ora una documentazione clinica ineccepibile) da qualche giorno sono stato promosso a Capitan Uncino.
È la seconda volta che la barca mi fa del male, sempre e solo durante la sua sosta invernale a terra, al sicuro sull’invasatura (sui trampoli, secondo un’espressione da me preferita).
La postura più innaturale cui si possa condannare una barca a vela.
Per questo ho sostenuto… l’altra volta (mandato in neurochirurgia per trauma cranico) e lo confermo ora (spedito in chirurgia plastica per minima amputazione indice mano sinistra), che la barca (femmina vendicativa) deve avermi punito, ancora una volta, per non averla lasciata a dondolare ed a gongolare nel suo elemento più consono.
Per reagire a questa mia paranoia mi sono imposto un pensiero  positivo: finalmente potrò lucrare di una mia vecchia polizza infortuni. Con l’indennizzo che mi spetterà potrò magari cambiare barca.
Sono un inguaribile sognatore sulla generosità delle nostre Compagnie assicuratrici, nonostante una recente disillusione in merito.
Infatti  il mio dito monco vale, monetariamente, molto meno delle spese che dovrò sostenere per l’hivernage della barca in cantiere.
La domanda sorge spontanea: vale troppo poco il mio dito o vale troppo la mia barca?
Una domanda senza risposta, nessuna che io voglia accettare.
Il valore di una barca a vela va ben oltre il suo valore monetario.
Esiste una pervicace sublimazione della nostra insana passione velica. Altrove  ho già disquisito sul valore e sull’investimento simbolico che noi velisti operiamo, inconsapevolmente o meno, del nostro andar per mare.
Un investimento, non solo economico, che non ha misura.
Basterebbe pensare ai pazzi che ora stanno percorrendo l’ Around the word, (la Golden Globe Race Vintage) con barche di cinquant’anni fa, in solitario, senza scalo, senza assistenza e senza l’attrezzatura elettronica attuale. (Attualmente in testa alla “regata” è un mio coetaneo). Questi “pazzi” vorrebbero replicare l’epopea dei Chichester e dei Moitessier,, per intenderci, l’epoca epica, eroica e “romantica” per antonomasia.
Un misto di romanticismo e di follia in cui il sentimento e l’anelito di libertà non ha confini né limiti.
Perché mai anche noi, anziani acciaccati e mutilati, non potremmo emularli con sogni proibiti che non riusciamo a tacitare?

L’apoteosi

La domenica prima, la Coppa Bernetti, fiore all’occhiello della nostra società, la Pietas Julia.
La domenica dopo, è quella della Barcolana 50.
Un’apoteosi, la migliore di sempre anche per me (ne ho fatte 40).
Dal mare, dalla terra, dal cielo o dalla TV, comunque è stato uno spettacolo unico al mondo di cui dobbiamo andar fieri tutti, triestini ed italiani.
Ho visto molti video celebrativi, curati sia da istituzioni pubbliche che da privati cittadini. Una gara nella gara. Stanno contagiando anche i non addetti ed i non appassionati.
Una regata che non è una regata, in senso rigoroso, ma una festa popolare in cui i mostri di regata partono all’unisono con le nostre barchette che non hanno pretese agonistiche.
Una lezione politica ai nostri governanti di come la nautica sia uno sport ed un divertimento anche per un popolo non ricco sfondato.
La nautica dei ricchi forse sarà quella dei primi arrivati, ma anche quella è una nautica di lavoratori al soldo di chi cerca esposizione per il bene della propria impresa, anche questa fatta di lavoratori.
La vela in se stessa ha un’etica ed un’estetica che riscatta qualsiasi business.
Il riscatto è di un’intera città: anche le vecchiette qualunque ne parlano con la luce negli occhi. Basta sentirle come ne parlano durante la settimana che precede l’evento. Gli spettatori che assistono da terra, velisti e gente comune, potrebbero riempire uno stadio da calcio.
La Barcolana vera è quella di chi non potrà mai arrivare primo. Si tratta di qualche migliaio (quasi tremila) che seguono i primi, le nostre barche da “diporto”, molte nemmeno di proprietà ma prese a noleggio per l’occasione da tutta Italia e dall’estero. Questa sí è la nautica popolare.
Cultura, economia, politica, poesia e sentimento, questo è un mix che esalta grandi e piccini, ricchi e poveri, bambini ed i diversamente giovani.
Mi sorprendo di come anch’io sono ogni anno edificato esaltato e contagiato dal clima che si respira in questi giorni. Quest’anno poi, per il suo cinquantesimo genetliaco, ha superata ancora una volta se stessa.
Marina Militare (Amerigo Vespucci), Aeronautica Militare (le Frecce Tricolori), forze di terra, mare e cielo: una festa corale che ha riunito e rappacificato tutti.
Questa è l’Italia unita cui sentiamo di appartenere.
Il miracolo si compie ogni anno, da mezzo secolo ormai, la seconda domenica di ottobre.

La Serenissima

Nella precedente news ho dissertato su di chi ha la “testa per aria”, i piedi per terra, i piedi in acqua.
Nella simbologia di alcuni gonfaloni del Leone di Venezia, i tre elementi (aria, terra e acqua) sono raffigurati insieme: il Leone è Alato, poggia i due piedi anteriori sulla terra, quelli posteriori sul mare.
La Serenissima, originariamente Stato da mar o “Stato marittimo” (che si sviluppava solo su isole e coste) diventa anche terrestre con l’espansione dei propri Domini di terraferma. I veneziani, originariamente solo mercanti e navigatori, diventano poi anche agricoltori e proprietari terrieri.
Ricordo ai triestini che anche Il Golfo di Trieste si chiamava Golfo di Venezia, ai tempi in cui la Repubblica Marinara di Venezia inglobava anche la costa orientale (Istria e Dalmazia).
Questo preambolo storico-geografico mi serve per confermare che un “barcaro” non può sviluppare la sua attività e felicità solo sul mare.
I veneti attuali (come gli attuali giuliano-veneti) dovrebbero far tesoro della millenaria civiltà della Serenissima: saper vivere e conciliare lo spirito del mare, la sua libertà, fantasia e avventura con quello della terra, la sua fecondità, progettualità e speranza.
Indulgo in questi discorsi perché le navigazioni primaverili/estive stanno per finire ed il freddo(?) autunno/ inverno è alle porte.
Noi del nordest (dopo la Bernetti e la Barcolana) metteremo tra poco in disarmo le nostre imbarcazioni.
Altrove godono di una stagione velica più lunga, non solo quelli del sud, ma anche quelli del nord ovest.
Basti pensare al mare dell’altra importante Repubblica Marinara (con la quale quella Veneziana era spesso in conflitto) quella di Genova. Conosco amici delle Riviere di levante e di ponente che continuano a navigare d’inverno godendo di un clima più mite del nostro.
Noi prepariamoci a soffrire…con le nostre barche inchiodate all’ormeggio in acqua o legate a secco sulle invasature.
Ma quella invernale è la stagione della programmazione futura (oltre che della manutenzione).

P.S.
Una curiosità. Nella recente ridistribuzione territoriale della Sanità Veneta, quella che era l’Assl di Venezia si chiamerà l’Assl della Serenissima e comprenderà non più solo la Venezia lagunare ma anche un ampio territorio della terraferma. Un ritorno alle origini?

I piedi per terra

“Torna con i piedi per terra” . È il ritornello che sente ripetersi chi “ha testa per aria”.
E chi i piedi, e non solo, vuole tenerli in acqua?
Dopo la batosta subìta l’anno scorso in Grecia (la perdita del timone), quest’anno ho avuto una pausa di riflessione.
Questo per dire che nella stagione che volge al termine mi son limitato a navigare in Croazia.
Problemi familiari e problemi… editoriali (incontri di promozione del libro) mi hanno tarpato le ali, ma anche spinto a meditare sulle nostre epiche imprese.
Mi trovo ad essere provocatoriamente dissacrante nel presentarmi in pubblico ai miei “venticinque lettori”.
Sarei sopravvissuto a ben tre naufragi e sarei, come velista, un fallito ed un vigliacco (per aver rinunciato a completare il giro del mondo a vela).
Non rinnego certo la mia passione velica, ma talora sono insofferente a come si presenta la popolazione di navigatori nei “socials”, in certe riviste specializzate e nella grande stampa.
A migliorare l’immagine pubblica dei velisti abbiamo poi avuto recentemente quel parlamentare che giustificava il suo assenteismo in aula con la nota infelice espressione “io la politica la faccio in barca”.
Combatto una certa epopea e prosopopea presente nel nostro mondo.
Rivendico per noi velisti la poesia delle navigazioni d’altura con il loro fascino degli orizzonti infiniti, Rivendico per noi l’estasi nelle nostre andature di bolina stretta.
Rifuggo da un certo compiacimento “culturale” dell’andar per mare, di chi magari in mare non ci va.
Console del mare, Educatore, Cultore e Narratore del mare, questi sono alcuni “titoli” di cui qualcuno, da terra si fregia.
Una nostalgia infinita provo quando vedo uscire in flotta i nostri bambini con gli optimist.
Che siano solo loro a “Sentire” il vento ed il mare, in purezza di cuore e di spirito?

E’ tornata

É voluta tornare, nonostante se ne fosse andata l’ultima volta accompagnata dagli scongiuri dell’intero equipaggio (maschile). Tutti i maschietti avrebbero giurato che quella donna portava sfiga: nei suoi 15 gg. di permanenza a bordo troppi erano i guai accumulati tutti insieme.
Ho accettato che tornasse perché accompagnata da un bel fustone che si dichiarava molto navigato. Avrebbe annullato la sfiga adesa a quella donna.
La vediamo arrivare con due ombrelli, una tunica verde, un asciugacapelli,un aspirabricciole a 220volt, un ferro da stiro, un set completo per manicure e pedicure, un casco di banane per il suo fabbisogno giornaliero di potassio. Tutti elementi che i marinai da tempo associano alle maggiori disgrazie a bordo.
Purtroppo devo anch’io, inizialmente incredulo, confermare le millenarie superstizioni legate a tali indizi. Ah, dimenticavo, dovemmo anche partire di venerdì.
Avendola dovuta aspettare qualche giorno, l’opera viva della barca si ricopriva di denti di cane e mucillagini. Era già di cattivo aupicio. Ho consumato due bombole per ripulire lo scafo in immersione.
Il dissalatore, appena revisionato dalla ditta costruttice va in avaria il primo giorno. Nella prima settimana l’avvolgifiocco si rompe due volte. Il miscelatore della doccia di poppa improvvisamente viene sputato fuori dal suo alloggiamento. Il teck della coperta appena rifatto va a liquefarsi. Salta una presa a 12 volt.
In compenso la donna si riscattava in cucina. La sua specialità: pollo arrosto con peperonata senza peperoni.
Il disastro più grosso si preannunciava all’orizzonte. L’avevo incaricata, improvvidamente, a riempire il serbatoio d’acqua di prua. Lo riempiva tanto da farlo scoppiare e riversare tutto il contenuto nei gavoni, anche in quello contenente il motore elettrico dell’elica di prua che risultava subito fulminato. Una notte insonne al pensiero di quante migliaia di Euro mi sarebbe costato quel danno che sembrava irreparabile. Nella mia disperazione permisi che “quella donna” sottoponesse la delicata strumentazione ad un singolare trattamento. Per una notte intera lasciò acceso il suo prezioso phon (supersonico e digitale) nel vano dell’elica di prua (Bow-thruster).
La mattina dopo avremmo dovunto divincolarci da un ormeggio  che risultava imprigionato tra smisurati “ferri da stiro” in una marina con pontili tra loro paurosamente ravvicinati. Impartisco all’equipaggio le istruzioni per tentare il disormeggio che sembrava disperato senza l’ausilio dell’elica di prua.
Accendo il motore. Appena partito, in automatico, attivo anche l’elica di prua che, incredibilmente, sento subito funzionare.
D’ora in poi, contravvenendo ai miei principi, raccomanderò alle signore che saliranno a bordo di equipaggiarsi dei loro più potenti asciugacapelli.

Il Pensionauta Folle

Questo è il titolo che l’editore ha voluto dare alla pubblicazione, che uscirà a primavera.
Non è un diario di bordo, anche se contiene date e luoghi precisi  di riferimento.
E’ un percorso che si snoda da 20 anni tra gli spazi sconfinati e i tempi imprevedibili di chi conosce e vive il mondo della vela.
La vela è nel libro il filo conduttore di ogni percorso e discorso, è lo stimolo, talora il pretesto, per raccontare reali episodi e situazioni che solo la vita in barca a vela sa regalare.
Sono  le annotazioni di viaggio (news) mandate nel tempo  ai soci di un Circolo Velico cittadino, che, bontà loro, hanno continuato ad attenderle, leggerle ed apprezzarle in questo ventennio. Alla fine mi hanno convinto a riunirle in un unico volume da proporre alla grande stampa.
Se sono stato indotto a credere che le mie news da vagabondo mediterraneo potessero incontrare il gradimento di un più vasto pubblico, e non solo quello  di “quattro” amici fidati, è forse per un peccato di presunzione narcisistica, di cui chiedo anticipatamente venia ai nuovi lettori, che immagino essere  appassionati di mare e di vela quanto me e dunque spero di saper incuriosire e divertire

RITORNARE

Dopo la mistica del partire, del mollare tutto e partire, mi trovo ad esaltare quella del ritornare.
È bello partire per il mare, ma è anche bello tornare sulla terraferma. Mai come quest’anno in cui ho rischiato grosso. La perdita improvvisa dell’organo di governo per eccellenza della barca, il timone, può portare alla sua perdita totale. Superare questa prova estrema e riuscire a riportare l’imbarcazione al suo porto di armamento, dopo tremila miglia e dopo cinque mesi, credo sia una bell’impresa.
In realtà niente di impossibile. È bastato affrontare giorno per giorno i problemi che si presentavano (molti, i più diversi ed imprevidibili).
Chi è rimasto a terra, sulla terraferma, avrà pure lui avuta una vita movimentata dai problemi quotidiani, terrestri. Comunque sono un privilegiato a poter staccare e mollare gli ormeggi, ogni anno per 5/6 mesi. Ogni anno parto con la filosofia da ultimo viaggio, come se fosse un azzardo, per le tante miglia da percorrere, per l’età e gli acciacchi da portare allo sbaraglio.
Credo sia anche la condanna del marinaio, diviso tra la smania di uscire in mare aperto per affrontale la tempesta e la spinta a rientrare, prima possibile, in un porto sicuro.
Dovrò in ogni caso aspettare ancora qualche anno per poter partire come recordman, come il più anziano a tentare il giro del mondo in solitario.
Sarà allora sí l’ultimo viaggio, magari senza ritorno.